giovedì 12 luglio 2012

Ahi...



Ho provato a non scrivere per un po', così, ho pensato nel mio ingenuo candore, potrò riprendere quando le cose andranno meglio e tutto ciò che è successo nel mondo sarà solo un ricordo di cui ridere davanti ad un bel bicchierozzo di vino rosso, profumato e solido. Ricomincio. Che l'unica cosa che si è avverata, in effetti, è il bicchiere.

mercoledì 7 dicembre 2011

Imago odoris

C'è una storia che mi gira in testa, ogni sera, anzi, ogni notte. E' come se tirare su coperte e lenzuola fosse un po' voltare la copertina di un libro che esiste solo nella mia testa. E non parlo di qualcosa come una sinossi, non parlo di un riassunto. Al limite, posso avere una quarta di coperta nascosta da qualche parte, quello sì. Ma non mi è mai piaciuto leggere le quarte: sono spot, e, come tali, ingannevoli. Non sono mai riuscito a leggere una quarta prima di iniziare un libro. Mi piace leggerle dopo, alla fine, dopo l'ultima pagina. Per poi giudicarle, per l'appunto, sciocche. Ingannevoli. Anche le introduzioni le leggo dopo.
Tiro su le lenzuola, chiudo gli occhi e quello che mi appare in testa è un romanzo, una storia, di cui non conosco il canovaccio; non conosco la trama, non conosco quello che si vuol dire senza dire. Vedo frasi e vedo sensi. Ieri sera, per esempio, ho pensato che la differenza tra ciò che viviamo davvero e ciò che televiviamo sta tutta nell'odore. Prendi un massacro in Africa, per esempio, un'epidemia; prendi quei bambini e le loro mosche che razzolano intorno ai corpi, agli ossicini, a quegli occhi gialli. Li vedi e ormai ti sembrano bambolotti, ti sembrano cartoni animati. Prendi un morto ammazzato, prendi un'alluvione, prendi una frana. Prendi quello che ti pare, anche una bella donna, una modella. La differenza sta nell'odore. Non senti l'odore del bambino africano e del sudicio in cui vive; non senti l'odore del fango nelle strade; non senti l'odore del sangue e della merda. Ecco perché siamo così disabituati alla vita. Viviamo d'immagini, di bit. E quando ci troviamo di fronte agli odori, ci rendiamo conto che, alla fine dei conti, il mondo sa ancora sorprenderci, terrorizzarci.
Una riflessione di questo tipo, be', a me piacerebbe leggerla in un libro. Forse qualcuno l'ha già pensata. Forse no.
Quando tiro su le coperte e accarezzo la mia donna che intanto inizia a respirare più profondamente, vedo il mio prossimo libro che, per adesso, è solo lì, sul ciglio della notte. In attesa. E' come un bambino, un nascituro. Uno che se ne sta lì, non in pancia ma in testa.
Lo vedo e non riesco a prendere sonno. Per qualche momento, almeno, avrei voglia di alzarmi e scrivere. Ma la stanchezza della giornata, i pensieri, la vita, la distopica quotidianità verso chissà dove è come una mano che ti spinge giù e che non ti permette di fare un cazzo di nulla. Poco male, pensi, c'è sempre domani per tornare a picchiettare sui tasti di un pc, o per prendere una penna e scrivere su un quaderno, come quando avevi qualche anno in meno e non avevi idea che ti saresti trovato in una situazione come questa. Quando eri più piccolo, ti ricordi?, l'unica cosa che avevi in mente era crescere. Senza sapere cosa voleva dire. Senza sapere un cazzo di nulla. Prendevi la rincorsa ma non avevi idea del salto che avresti fatto.
E poi ci sono volte in cui volti pagina, tra le lenzuola, e quello che ti trovi davanti è semplice, puro, sacro terrore. Terrore, già. Se tu fossi una formica, o un koala, un panda, una goccia d'acqua o di pioggia, accetteresti il tuo destino. Non avresti nemmeno dentro di te il concetto di destino. Forse, non avresti in testa nemmeno il concetto di vita. Vivresti e basta. Un secondo, un'ora, un secolo: poco importa. Sopravvivenza pura e dura senza tante seghe mentali. La casa, la bolletta, la morte che arriva a passi felpati. La tua, quella delle persone a cui vuoi bene che ora ci sono e che poi non ci saranno più. Come sarà, dopo? Come sarà quando sarai da solo? Odori. Non riesci a legare i tuoi pensieri agli odori. Senti la paura che potrebbe strozzarti come un assassino silenzioso e subdolo. E' allora che ti trasformi, che pensi che sì, cazzo, anch'io posso essere una formica, un panda, un cazzo di goccia d'acqua che cadecadecade e poi diventa terra, o asfalto, o erba. Anche tu stai cadendo, stai precipitando, ma a differenza delle gocce tu hai tutto il tempo di bestemmiare e di pensare al futuro. Vuoi un figlio ma come si fa? Vuoi una casa, ma come si fa? Vuoi essere felice e proteggere gli altri dalle tempeste di sabbia. Vuoi. Ma come si fa?
Ti addormenti dopo un bel po'. Per quel bel po' ti giri e rigiri nel letto, stando ben attento a non far troppo rumore. Il problema è che ti addormenti, poi, e che quando ti svegli ti ricordi poco di quel libro.
Quello che ti ricordi è che in copertina c'è un'immagine degli odori.

martedì 14 giugno 2011

I sogni degli altri


Certo che fa un gran caldo, oggi, e se ci pensi pare quasi che l’estate sia un sogno che si avvera. Il sogno di qualcun altro però, di certo non il mio. Come dici? Perché? Perché io l’estate la odio, grossomodo. Sì, hai capito bene, grossomodo, amico mio: io non sono capace di provare odio profondo e totale. Mi lascio sempre uno spazio per altra roba, un po’ come quelli che si strafogano a cena ma si lasciano uno spazietto per il dolce. Di quelli che ti chiedi: spazietto? Ma dentro a quello stomaco cos’hai, un termovalorizzatore? Sì, ok, non cambio argomento, scusami. Cosa dicevamo? Del mio odio per l’estate: come fai, tu, a non odiare l’estate? Il caldo, in primis. Anzi no: il caldo di notte. Quando sei una trottola e le lenzuola sono panni umidi, come quelli che usa tua madre per pulire gli specchi. Come puoi non odiarli, quei panni umidi e bollenti mentre l’aria intorno a te frigge? Ma ammettiamo pure che tu ami il caldo, anche se non capisco come mai: hai presente quando d’inverno non senti ronzare mosche, zanzare, moscerini? Hai presente quando la bestia con le ali più grandi che vedi volare è una cazzo di pernice delle nevi? Io, quando la mattina d’estate mi sveglio e inizio a grattarmi, non provo odio: provo malinconia. Malinconia, mi manca l’inverno, mi manca il freddo, mi mancano le coperte ghiacce di marmo, quelle che devi scalciare e muovere le gambe per miglia e miglia prima che si facciano grossomodo tiepide. Io la odio l’estate, grossomodo, la odio perché la gente è grossomodo più felice e si sente grossomodo più libera di dire e pensare e fare. Ecco, un’altra cosa che a me non piace è la gente, anche se poi, grossomodo, quando ci sono in mezzo, in mezzo alla gente dico, mi pare quasi di amarla. Credo sia una sorta di attrazione repulsione, quella che si prova di fronte a una persona o a una canzone, hai presente?, ecco, io quello lo provo di fronte al genere umano. Ogni tanto mi chiedo cosa sognino le persone, sempre se sognano qualcosa. E mi pare di vedere sogni fatti di pane e colorati più o meno, grossomodo, degli stessi colori. Quando mi chiedono cosa ne penso dei sogni degli altri, quello che rispondo è che per fortuna non li saprò mai. Dopodiché, vado a far bolle di sapone in cui rinchiudere le parole sprecate del mondo.


mercoledì 11 maggio 2011

Preghiera


Che vuoi scrivere, che vuoi pensare, che il presidente del consiglio non fa un cazzo per te perché occupato a farsi i cazzi suoi, ad andare a vedere le partite, a fare show da cabaret che non farebbero ridere neanche una cazzo di iena, a infamare qua e là? Vuoi dire che ti aspetteresti che almeno una volta, non tutti i giorni, ma una volta sola parlasse di te che hai 30 anni e non hai un lavoro, non hai un quattrino? Vorresti che parlasse di te e del tuo futuro inesistente invece di ridere delle sue stesse barzellette di merda, di parlare di troie di sedici anni, di magistrati e cancri? Non pensi che sia il caso di lasciar perdere tutto, mandare tutti a fanculo? Tutta questa gentaglia inutile. Tutta questa gentaglia inopportuna. Queste gente senza faccia, senza palle, senza. Tutta gente senza. Gente che nega il tuo diritto, che nega l’evidenza: gente che sogni di prendere a cazzotti in faccia fino allo scricchiolio finale di qualche ossa vitale. Cosa vorresti, tu? Gente che si trincera dietro un simbolo, dietro un titolo, dietro una colonna: gente che non merita di essere dove sta. Cioè, sul pianeta terra. No, caro mio, il tuo pacifismo cacciatelo in culo. Io, per quello che mi riguarda, mi sono rotto le palle del tuo pacifismo. Io voglio vedere questa gente pagare e soffrire. Ecco quello che voglio io. E tu, cosa vuoi? Tu e il tuo cazzo di Marthin Luther King, tu e il tuo cazzo di Gandhi, tu e la tua cazzo di bandiera dai mille colori. Tu e il tuo fottuto articolo 11. Tu e il tuo salviamo il pianeta, salviamo i bambini, salviamo le balene, i panda, la torre di Pisa. No, amico mio, ti sbagli. Gesù Cristo cacciò i mercanti dal tempio a calci in culo, non gli mandò un invito scritto, non pregò per loro. Forse dopo. Forse, se rimane tempo, dopo.


lunedì 18 aprile 2011

BERLUSCONI È UN CAZZARO


Dopo le ennesime uscite di Berlusconi, che ormai fanno veramente pensare a un vecchio in preda a demenza senile, ho pensato ai giornalisti spagnoli che hanno alzato le chiappe e se ne sono andati davanti all’arroganza di Mourinho. Io non dico che i giornalisti italiani debbano fare lo stesso davanti a Berlusconi, anche perché l’80% sono suoi dipendenti. Ma i giornalisti non voglio dire “liberi”, ma quantomeno “normali”, così come i politici dell’opposizione, e i sindacati, e i giudici, insomma tutti coloro che lo osteggiano dovrebbero adottare una strategia di comunicazione molto più incisiva (che qui riporto, sperando che qualcuno legga).


Basta alle polemiche e alle discussioni sulle minchiate che spara quel demente ogni giorno, palle talmente evidenti che sono surreali. Basta alle interviste e all’indignazione; sì, invece, alle pura, semplice, meravigliosa DERISIONE.


In sostanza, di fronte alle cazzate del vecchio, titoli e interviste dovrebbero iniziare e concludersi con tre semplici parole (che rappresentano alla perfezione la realtà):


BERLUSCONI È UN CAZZARO.


Fine.